Il ronzio della vita che ci sfugge
Esistono libri che sorprendono con discrezione, senza clamore. Non cercano l’attenzione, non inseguono la novità, ma si insinuano con la forza silenziosa delle cose autentiche. “Il giorno dell’ape”, vincitore del prestigioso Premio Strega, è uno di quei libri che non si dimenticano. L’ho letto d’un fiato, con la luce del sole che filtrava dalla finestra e il ronzio delle api che, proprio come nel libro, si diffondeva tra i fiori del balcone. Da allora, qualcosa è cambiato nel mio modo di osservare il mondo.
Il libro è firmato da James D. Thompson, ecologo e studioso di ecosistemi. Ma non aspettatevi un saggio tecnico o distaccato. Qui si narrano viaggi e osservazioni, certo, ma anche incontri, emozioni, il ciclo delle stagioni. Thompson ci accompagna lungo sentieri di alta quota, tra praterie fiorite e laboratori improvvisati, alla ricerca di api, bombi, colibrì e di tutti quei piccoli impollinatori che mantengono in equilibrio un sistema più grande di noi.
È un racconto lento, meditativo, ricco di domande più che di risposte. Si parla di fiori che mutano forma, di impollinatori che scompaiono, di ambienti che si trasformano silenziosamente, spesso senza che ce ne accorgiamo. Ma soprattutto si parla di meraviglia. Ciò che colpisce, leggendo queste pagine, è la delicatezza con cui la scienza si fonde alla poesia. I dati si alternano a immagini evocative, i grafici lasciano spazio ai silenzi. Non c’è fretta, non c’è didascalia: c’è solo uno sguardo attento che cerca di comprendere, di onorare, di narrare. E tra le righe, si percepisce una sottile nostalgia. Non quella sterile, ma quella che nasce dalla consapevolezza di ciò che stiamo perdendo. Di quanto sia fragile il mondo che ci ospita. Di quanto poco basti a sconvolgere un equilibrio millenario.
La Giornata Mondiale delle Api non si basa su proclami né cerca facili indignazioni. Tuttavia, riesce comunque a scuotere le coscienze. Ci fa sentire parte di un tutto, responsabili di ogni piccolo gesto. Ci ricorda che la vita, quella vera, profonda, silenziosa, si muove anche dove non guardiamo: nel battito d’ali di un bombo, nella fioritura ritardata di una pianta, nel disallinearsi tra stagioni e ritmi naturali.
Ed è in quell’assenza che dobbiamo imparare a leggere i segnali. A cambiare direzione, magari. A restituire qualcosa.
Chi ama la natura, i ritmi lenti, le parole che si posano leggere come il volo di un insetto troverà in questo libro un compagno prezioso. È una lettura che non si dimentica. Che ci spinge, con gentilezza, a guardare con occhi nuovi le cose più semplici: un fiore di campo, una finestra aperta, un giardino che ronzava di vita e ora tace. Non servono grandi gesti. A volte basta seminare. Lasciare spazio. Proteggere ciò che non si vede.
“Il giorno dell’ape” è un libro da leggere d’estate, sotto il sole. O in inverno, per ricordarsi che tutto fiorisce, prima o poi. È un libro che ci riporta a terra, ma in senso buono: ci ancora, ci restituisce un’idea più sobria e potente di bellezza. Non è un caso che abbia conquistato il Premio Strega, riconoscimento che premia non solo la qualità letteraria ma anche la capacità di toccare corde profonde nell’animo dei lettori. Se vi capita di trovarlo, dategli tempo. Leggetelo lentamente, come si ascolta una storia raccontata da chi ha vissuto davvero quello che scrive. E poi, magari, uscite a cercare un fiore. Guardatelo con attenzione. Se c’è un’ape, fermatevi. State a guardare: è da lì che ricomincia tutto.

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